Lettera aperta a Romagnoli sul futuro della Destra

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Lettera aperta a Romagnoli sul futuro della Destra

Messaggiodi camerata fabrizio il 09/09/2009, 11:07

Lettera aperta a Romagnoli sul futuro della Destra

Caro Romagnoli,
mi rivolgo a te, nella speranza di potermelo permettere, avendo rappresentato anche il tuo partito alle recenti elezioni amministrative bolognesi. In verità, con risultati modesti, vista la incredibile divisione dell’area in quattro tronconi, ma almeno superiori a quelli di chi ha creduto più giusto rappresentare se stesso o il proprio singolo gruppo, piuttosto che cercare – come abbiamo fatto noi di CasaPound Bologna e voi – l’unità di area. Mi rivolgo a te, ma nella speranza di essere ascoltato – e anche giudicato severamente, se del caso – anche dagli amici degli altri raggruppamenti della cosiddetta Destra radicale, da tempo un po’ confusi dall’altalenanza negativa dei consensi raccolti qua e là nella società italiana. E lo faccio – e chiudo la premessa – in risposta alla tua lettera-appello che hai poc’anzi diffuso sulla rete. E vado dritto al dunque.
Quale Destra può rappresentare la Fiamma o qualsiasi altro raggruppamento di area, oggi, con l’intenzione e la volontà di diventare un soggetto politico realmente protagonista della vita pubblica? E, poi, ha senso definirsi ancora “di destra”?
A queste due domande, tu dai essenzialmente quella che si potrebbe definire una “risposta aperta”. Nel senso che – senza addentrarti troppo in particolari – rimandi l’interlocutore all’ultracinquantennale esperienza del missina.
Ottimo, verrebbe da rispondere, se non fosse che anche tu – o così pare, almeno – sembri dare di quell’esperienza un’interpretazione non proprio corretta.
In primo luogo, è francamente avvilente, dal punto di vista intellettuale e culturale, richiamarsi all’esperienza della “fiamma”, dubitando ancora della valenza politica dell’etichetta “Destra”. La stragrande maggioranza del Msi, in particolare nel triennio ‘69/’72, decise – senza mai più mettere in discussione questa scelta – che il partito si qualificasse come Destra Nazionale.
Non fu una scelta di comodo o, come oggi si direbbe, d’immagine. Fu una gigantesca svolta politica, patrocinata dal fondatore del partito, Pino Romualdi, e condivisa anche dalla corrente “sociale” che, allora, vedeva in Giorgio Almirante il suo leader e che, proprio per questa sua “svolta interna”, fu accettato da tutti, unanimemente, quale segretario del partito.
Quando, per altro – prefigurando scenari che sembrano ripetersi in questi anni – qualcuno fece “fughe in avanti”, interpretando a suo modo quella strategia – il riferimento è agli scissionisti di Democrazia nazionale – e il Msi-Dn dovette “chiudersi a riccio” e difendersi, lo fece con grande energia e determinazione, ma ribadendo e non rinnegando quella scelta.
Qualcuno obietterà che nel Msi c’è sempre stata, anche dopo il ’76, una parte che non si riconosceva in quell’etichetta. Verissimo. Grosso modo, si radunò intorno all’amico Pino Rauti e fu sempre minoritaria, al punto che lo stesso leader dell’opposizione a Fini poté vincere il congresso di Rimini grazie al sostegno e all’appoggio proprio di “romualdiani” e “almirantiani” legati a Franco Servello e non certo grazie alla spinta della sua sola corrente. E sorvolo – per ragioni di tempo – sulle reali ragioni di quel sostegno.
Quella stessa maggioranza quasi assoluta di missini – missini veri, sulla cui fede e sincerità politica non è permesso a nessuno di dubitare – scelse, a cavallo tra il ’94 e il ’95, di dare compiutezza alla “lunga marcia” del Msi-Dn, dando vita ad Alleanza nazionale. Un partito di Destra moderno attento ai problemi della società di oggi, che intendeva fondere la grande energia militante dell’unico partito realmente sopravvissuto alla tempesta di Tangentopoli coi sentimenti, le ragioni, le esigenze e le speranza di porzioni ancor più vaste di opinione pubblica. Porzioni che non potevano essere costituite da “camerati”, dal momenti che quelli erano già tutti rappresentati nel congresso di un partito che aveva sconvolto – con le amministrative di Roma, Napoli e cento altre città – gli equilibri politici del defunto “arco costituzionale”.
Se si vuole ripartire dall’esperienza del Msi-Dn – e Dio solo sa quanto ci sarebbe bisogno di ripartire da lì e con la volontà di ripercorrere in fretta il cammino tracciato –, queste cose le dobbiamo dire, per onestà intellettuale.
Alleanza nazionale non è stato un progetto sbagliato, ma, più semplicemente, un progetto tradito. Anzi, senza scomodare paroloni, un progetto stravolto a uso e consumo di un uomo e di una piccola conventicola di dirigenti – i famosi, o famigerati, “colonnelli” – che hanno molto semplicemente contrabbandato le proprie carriere personali per gli obiettivi della Destra italiana.
A dimostrazione delle mie parole, credo caschino proprio le recenti prese di posizione – con relative polemiche – di Gianfranco Fini. Fini può pensare ciò che vuole su qualsiasi argomento, ma, ormai, non sfugge più a nessuno il perverso meccanismo che lo vede lavorare non già per potenziare i sentimenti di destra nella società italiana e, di conseguenza, ambire a rappresentarla al massimo vertice; bensì, mutare a ogni pie’ sospinto opinione su tutto e tutti, nella speranza “di piacere” anche a chi, a un uomo di destra, il suo voto non lo darebbe mai. In altre parole, se veramente la sua mira è il Quirinale, lo punta per realizzare massimamente il suo “cursus honorum”, non per dimostrare che la Destra ha conquistato legittimamente la maggioranza del Paese.
La cosa più grave, però, è che oggi i migliori e più potenti alleati di Fini siamo proprio noi che, a qualsiasi titolo, abbiamo abbandonato An o coloro che non vi aderirono. A Fiuggi, infatti, fu annunciata la nascita di una Destra che si lasciava il Novecento alle spalle e che voleva e doveva dimostrare al Paese che una comunità politica, pur avendo idee diverse sulla recente storia italiana ed essendo cresciuta coi valori e con lo stile di chi aveva perso l’epocale battaglia geopolitica della seconda guerra mondiale, non per questo non sarebbe stata in grado di governare il Paese, ma, anzi, proprio in virtù di quella cultura politica – attualizzata e vissuta criticamente – era in grado di interpretare meglio le esigenze della società moderna, rispetto a quanto non fossero stati capaci o sarebbero stati capaci di fare ancora quanti provenivano dalle file dei “vincitori”.
Non fu rinnegato il Fascismo o la storia del Msi-Dn. Furono consegnati alla storia d’Italia con la richiesta che, finalmente, fossero giudicati con obiettività e giustizia intellettuale e politica. Nessuno – né a Fiuggi, né a Verona e tantomeno a Bologna – autorizzò mai Fini o chicchessia a dichiararsi “antifascisti” o a fare dell’Antifascismo un valore condivisibile da parte della Destra italiana. Solo lo scadimento del costume politico italiano – col suo ridicolo leaderismo massmediatico – ha permesso a Fini e a quanti lo sostengono ai vertici di An di stravolgere la natura di questo grande progetto senza che mai un documento, una votazione, un’espressione corale congressuale lo autorizzasse a farlo.
Tanto è vero che la Destra italiana è stata uccisa, più che dallo sproloquiare di Fini, dal silenzio spesso interessato e certamente colpevole di un’intera classe dirigente, spaventata dall’“appeal” di cui il leader godeva e gode tra i cosiddetti opinion-maker.
La Destra radicale – autoghettizzandosi nel discorso identitario, per reazione anche comprensibile – ha sottratto ad An una buona parte della militanza, lasciando, però, orfana quell’opinione pubblica che vedeva con simpatia la Destra dei primi anni ’90 e che sempre più massicciamente vota Lega o direttamente Berlusconi.
Perché il punto sta tutto qui: i nostri “sentimenti politici” devono servirci per crescere interiormente e per fornirci, quando è possibile, chiavi di lettura della realtà o fungere da “cartina tornasole” delle nostre analisi. Di certo, non si possono conquistare voti alle elezioni, giurando di non aver rinnegato la storia dei nostri padri o dei nostri nonni: non perché sia “politicamente scorretto”, ma, più semplicemente, perché è politicamente inutile. Piaccia o meno, la vita di tutti noi prescinde dal giudizio di valore su traditori del 25 luglio o sull’alto tasso di criminalità dei partigiani. E se questo non autorizza Fini o chi altri a sposare le tesi di Napolitano e D’Alema sulla Resistenza, non deve neanche far fossilizzare su questi discorsi un’intera comunità politica.
Se la Destra italiana che ancora non si vergogna di essere e definirsi tale avesse il coraggio di analizzare compiutamente il percorso del Msi-Dn; se fosse in grado di attualizzarlo ulteriormente e se fosse anche capace di fonderlo con le più recenti esperienze giovanili e militanti – forse, numericamente marginali, ma di grandi potenzialità espressive e ideali -, quale è quella di CasaPound, per esempio, trovando nuove sintesi e nuove strategie d’azione, non solo si potrebbero conquistare grandi spazi, alla Destra del PdL, ma si potrebbero anche chiudere i conti con quanti, pervertendo il percorso tracciato dai nostri grandi maestri politici, hanno cercato e cercano ancora lustrini e prebende per colorare e riempire la loro moralmente miserabili carriere politiche.
Con quali programmi sociali, economici e di riforma istituzionale? Come scrisse qualcun, solo quando un partito non ha ben chiara la sua funzione o intenda ingannare gli elettori, si mette a scrivere un programma e ne fa il feticcio della sua azione politica. Il programma, purtroppo, lo scrive la realtà e lo sottolineano quotidianamente le difficoltà economiche e sociali in cui vivono sempre più larghe porzioni di italiani. A un partito politico di Destra, con pragmatismo, spetta il compito di comprendere la natura profonda dei problemi che affliggono la società e proporre soluzioni definitive, avendo la coscienza della necessità che non basta individuare la proposta giusta, ma che occorre anche saper costruire intorno a queste proposte un largo consenso popolare.

Massimiliano Mazzantini
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Re: Lettera aperta a Romagnoli sul futuro della Destra

Messaggiodi Alalà il 11/09/2009, 10:53

condivisibile?
non condivisibile?
non lo so , so solo che oggi io mi sento quello di ''ieri'' , e che anche domani sarò quello di ''sempre''.

identità ,fedeltà, tradizione , socializzazione.
Alalà
 
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Re: Lettera aperta a Romagnoli sul futuro della Destra

Messaggiodi capoferri il 15/09/2009, 21:09

romagnoli?ha..ricordo ancora quando a matrix prese a sua volta le distanze dal fascismo..predicar bene e razzolar male non è di mio gusto..
capoferri
 
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Re: Lettera aperta a Romagnoli sul futuro della Destra

Messaggiodi PeppeM il 18/09/2009, 9:56

Purtroppo l'unità dell'Area non dipende da Romagnoli.
I tentativi sono stati fatti, le risposte altrui sono mancate. Spero che da oggi ci si rivolga agli altri e non più alla Fiamma in quanto non credo che noi abbiamo altro da dire a proposito.
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Re: Lettera aperta a Romagnoli sul futuro della Destra

Messaggiodi Onore il 18/09/2009, 22:02

Un giorno un grande comico a detto una cosa molto saggia. (Siamo uomini o caporali)?
Io non comprenderò mai la mania della politica moderna nel cambiare continuamente nome ai partiti quando restano sostanzialmente gli stessi.
Io mi ritengo puramente fascista e non mi vergognio a dire che non voto e non andro a votare fino al giorno in cui non potrò votare un partito fascista nel nome e negli ideali.
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Re: Lettera aperta a Romagnoli sul futuro della Destra

Messaggiodi convertini il 18/09/2009, 22:10

PeppeM ha scritto:Purtroppo l'unità dell'Area non dipende da Romagnoli.
I tentativi sono stati fatti, le risposte altrui sono mancate. Spero che da oggi ci si rivolga agli altri e non più alla Fiamma in quanto non credo che noi abbiamo altro da dire a proposito.



Che parole piene di delusione,che c'è Peppe?
Non mi sembra che ci siano buone cose,da quello che scrivi.
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Re: Lettera aperta a Romagnoli sul futuro della Destra

Messaggiodi ilfascista il 21/09/2009, 20:20

PeppeM ha scritto:Purtroppo l'unità dell'Area non dipende da Romagnoli.
I tentativi sono stati fatti, le risposte altrui sono mancate. Spero che da oggi ci si rivolga agli altri e non più alla Fiamma in quanto non credo che noi abbiamo altro da dire a proposito.



Io, caro Beppe, conosco personalmente Luca. Ho avuto occasione di parlarci in un paio di occasioni e qualche altra volta è capitato che ci si sentisse per telefono.

Non ho mai negato ad F.T. la mia personale disponibilità e quella di tutto il movimento. Non solo. Avevo anche proposto di mettere a disposizione le pagine de "Il Popolo d'Italia" affinché divenisse strumento d'informazione, seppur ufficioso, di F.T.

In più, perché venisse presa in seria considerazione la nostra collaborazione, ho chiesto, ed ottenuto, la dirigenza locale di Foggia per qualche mese. Non ho mai ricevuto una sola telefonata, fosse anche di ringraziamento o incoraggiamento. Abbandonata a se stessa la dirigenza locale di F.T. di Foggia, peraltro già lasciata alla deriva da un certo valentino Scopece, non ha potuto fare altro che morire di inedia.

Del giornale, invece, Luca era entusiasta per la possibilità offertagli. Ma rimase troppo attaccato alle vicende legali di "Linea" giornale del quale non ho mai trovato una sola copia in edicola.

Alla fine non è stato fatto nulla, né sul piano politico, né su quello giornalistico. E questo nonostante la piena disponibilità che gli era stata offerta.

Ora, quando si tende la mano, ma la si lascia vuota, non è pensabile recriminare, da parte sua, la mancanza di collaborazione, o di unione, degli altri movimenti. Chi è cagione del proprio male, pianga se stesso.

Noi, i nostri passi verso F.T. li avevamo compiuti. Sono stati lasciati a metà strada. Forse si cercavano collaborazioni ed unioni da parte di movimenti più solidi? Più numerosi? Già presenti nell'agone parlamentare? Beh quando la Fiamma ha optato per questa strada, non mi pare che vi siano stati risultati incoraggianti, né migliori.

A questo punto c'è da sperare solo nella militanza! Altre vie d'uscita non ne vedo.
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